involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

martedì 26 aprile 2016

mercoledì 20 aprile 2016

IL LAVORO RENDE LIBERI

Ne travaillez jamais
Che qualcosa stia accadendo è fuori discussione, non c’è bisogno di avere un occhio attento, basta camminare per strada e i muri parlano da sé. “Le monde ou rien” ovunque, vetrine in frantumi, banche riverniciate, franprix saccheggiati, agenzie immobiliari rovesciate, 30 000 euro di danni in una sera, Jaguar taggate da bombolette, pubblicità ridotte in stracci. La città è trasformata da un’onda di persone che ognuna con i suoi mezzi e le sue pratiche la rielabora, la cambia, la attraversa, la vive come mai prima era stato possibile farlo.
Vivere Parigi è difficile, faticoso, è l’incarnazione del soffocamento causato dal sistema capitalistico mondiale. È una città che abbrutisce, che stringe i polmoni, che rende grigi. A Parigi non c’è il tempo perchè per spostarsi le ore passano sottoterra, perchè per mangiare bisogna arrangiarsi tra una recupera di verdure e un lavoro saltuario, perchè uscire di casa (quando hai la fortuna di averla abbastanza dignitosa per poterla definire tale) e bersi una birra diventa un investimento che non ci si può permettere a cuor leggero. Non c’è il tempo per camminare, la gente corre e i giorni passano nell’inesorabile flusso della sopravvivenza.
La loi travail ha dato una svolta, ha fatto sì che ci si iniziasse a porre delle domande su come si vive e dove si va. Ci si è ripresi il tempo per uscire di casa, mettersi in sciopero, calpestare il pavé che lastrica le strade di quartieri inaccessibili, per stare in piazza. Era talmente difficile vivere che avere la possibilità di avere un luogo da riempire con i corpi e con le menti ha significato un’occupazione di una piazza, con tutte le sue contraddizioni e limiti, per settimane intere. C’è chi si batte per mantenere lo status quo e il code du travail o per riscrivere una nuova costituzione ma c’è anche chi mette in discussione questo mondo, dall’inizio alla fine. E l’incontro tra soggettività e pratiche così diverse è l’effettiva traduzione di quella “convergenza delle lotte” che finora rimane un marchio pubblicitario di un contenitore mezzo vuoto.
I cortei spontanei, la solidarietà con gli arrestati, le barricate alle entrate dei licei e delle facoltà, i blocchi delle stazioni e dei McDonald’s, la consapevolezza che “tout le monde deteste la police”, stanno liberando il tempo mangiato dal sistema in cui viviamo. La repressione, lo stato di emergenza e il delirio securitario non sono più degli assunti ai quali essere abituati : si aprono dei varchi in cui c’è la possibilità di riflettere sul significato di una democrazia che si palesa come controllo asfissiante sull'individuo e limite ai margini d’azione collettivi, come impossibilità di mobilità dentro e fuori i confini statali e polizia come risposta all'insicurezza generalizzata. Dire che della legge sul lavoro ce ne freghiamo perchè non vogliamo più lavorare del tutto può sembrare pretenzioso e utopistico ma dietro la retorica dello slogan si intravede una riflessione sul rifiuto della mercificazione dei corpi, delle menti e del tempo.
Per la prima volta sento battere il cuore di questa città fino ad ora assopita. È ancora presto per immaginarsi dove si arriverà, prendiamoci il tempo per assaporare questi momenti in cui le contraddizioni del reale vengono violentemente svelate. Poi ci saranno le vacanze, forse République si trasformerà in un partito o in una piazza Santa Giulia, forse all’università si ricominceranno le lezioni e gli esami (e forse dovrò davvero scriverla questa maledetta tesi). Ma intanto rimane sempre più vera la scritta sulla lavagna di Tolbiac : “Continuons le debut”, ossia continuiamo a sperimentare nella quotidianità altre modalità di abitare, di camminare, di guardare. L’intensità di questo mese e mezzo, i sorrisi scambiati sotto un riflesso di un fumogeno che rischiara la notte, l’energia che scorre in un passo svelto che sa dove andare, “Paris debout, soulève toi” che rimbomba nelle tempie. Tutto questo è l’inizio da continuare. 

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venerdì 15 aprile 2016

SOLDI SPORCHI PER SPORCHE GUERRE


Articolo di Luca Baldelli

La crociata contro i paradisi fiscali nasconde, dietro un frasario giacobino, ammantato di fanatismo moralizzatore, i prosaicissimi e molto poco morali interessi degli Stati Uniti d’America. Non si capisce per quale motivo una potenza, che da sempre sfrutta il mondo intero, imponendo con la forza (specie da dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale) la sua valuta e i meccanismi usurari che stanno dietro alla sua creazione e diffusione, improvvisamente dovrebbe sentire la necessità di abolire, su scala planetaria, quelle agevolazioni, franchigie ed elusioni che consentono ai capitali sia di muoversi liberamente, senza pagar dazio, sia di stazionare in bardatissimi caveau di esotiche isole. Evidentemente, sotto ci dev’essere dell’altro...E infatti, come sempre accade quando si tratta degli yankees, a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina! 
Negli Usa, e precisamente nella gaudente città di Reno (Nevada), sede di un famosissimo casinò, denominato “Eldorado“, è nato… il più colossale paradiso fiscale di tutti i tempi, con la benedizione e l’apporto attivo dei Rothschild! La crociata in atto con i “Panama Papers“, dunque, altro non è che l’ennesima operazione sporca della CIA e dei circoli finanziari americani, i quali, mescolando verità a menzogne, intendono azzerare ogni altro “paradiso fiscale“ che non sia nei confini dell’Impero americano. Altro che campagne moralizzatrici! La Svizzera, il Bahrein, Nauru e altri luoghi, che per lungo tempo hanno accolto e accolgono capitali con obblighi fiscali assai ridotti o inesistenti, sono nel mirino delle istituzioni finanziarie (FMI in testa), delle magistrature d’assalto al servizio del capitale globale che conta, dei giornali pagati dai tycoons, per il semplice motivo che fanno concorrenza agli Usa e ai piani dei loro pescecani vestiti da Paperon de Paperoni. Ecco l’origine delle legislazioni ufficialmente presentate come volte ad impedire l’esistenza dei “paradisi fiscali”! 
L’Ocse, insistentemente pressata dagli Usa, ha imposto alla Svizzera di rinunciare ad ogni trattamento di favore per i capitali presenti sul suo territorio : dal 1° gennaio 2017, non sarà possibile possedere conti segreti negli Istituti bancari della Confederazione elvetica. Le società off – shore, come le abbiamo conosciute fino ad ora, nella loro distribuzione geografica, saranno un ricordo. Naturalmente, ciò che non viene detto è che, a partire dalla stessa data, con ogni probabilità il Nevada avrà sostituito del tutto la Svizzera, varie Isole dei Caraibi e del Pacifico, diversi Paesi disseminati qua e là sul globo, nel ruolo di “paradiso fiscale“ internazionale, con tutte le gradazioni possibili dell’iride speculativa: “Pure Tax Haven” (segreto bancario assoluto ed esenzione pressoché totale dalle imposte); “No Taxation of Foreign Income” (nessuna tassa sui guadagni realizzati all’estero); “Low Taxation” (tassazione poco più che simbolica); “Special Taxation“ (regime di massimo permissivismo per la costituzione di società). Il tutto, all’insegna della doppia morale, con due pesi e quattro misure, che è l’anima della politica interna ed estera statunitense, si parli di interventi militari o di provvedimenti economico – finanziari. Dalle Isole Vergini, dalle Bahamas, è già in atto un massiccio spostamento di capitali verso i lidi a stelle e strisce, e non solo a Reno, ma anche nel Wyoming, nel South Dakota, in Florida, nel New Jersey e altrove. 
Il regime fiscale del Nevada non prevede né la corporate tax né l’industria sul capital gain: in poche parole, non c’è tassazione né su gran parte dell’imponibile delle società né sul guadagno in conto capitale, ovvero sul realizzo conseguito sulla differenza tra il prezzo di acquisto di uno strumento finanziario e il prezzo di vendita. Una vera e propria pacchia, che, per misteriose ragioni, negli Usa sarebbe legittima e anzi virtuosa, mentre in Svizzera e in altri Paesi rappresenterebbe una colpa, un crimine da punire con isteria cromwelliana. Nel frattempo, gli Usa sono saliti dal sesto al terzo posto (dietro Svizzera e Hong Kong ) nella classifica del “Financial Secrecy Index“ (“Indice di Segretezza Finanziaria“), redatta dall’organizzazione “Tax Justice network“ . Andrew Penney, manager del “Rothschild Trust“, ferrato su ogni aspetto legislativo dirimente, è lo stratega, l’architetto di questa strategia complessa e accurata di spostamento dei bastioni del segreto fiscale verso gli Usa, a partire dal resto del mondo. Nel settembre dello scorso anno, a San Francisco, egli ha tenuto una sorta di “lectio magistralis“ sulle modalità e i percorsi per dirottare capitali nella “Nuova Svizzera“, ossia negli Usa. Sfacciataggine, questa, che solo chi sa di avere le spalle ultracoperte, foderate dall’armatura di poteri forti egemoni, può permettersi
 

venerdì 8 aprile 2016

E CI OBBLIGANO PURE A PAGARE IL CANONE RAI !!!

di Giovanni Gnazzi
Le polemiche sulla trasmissione di Bruno Vespa, Porta a Porta, sono ormai ricorrenti come a conduttore conviene. L’occasione ultima è stata offerta dall’intervista di Vespa al figlio di Totò Riina, capo dei Corleonesi nella stagione tremenda dell’offensiva mafiosa, ovvero gli anni ’80 e ’90. Il giornalista abruzzese ha ritenuto di dover ospitare il figlio del boss mafioso che, bontà sua, ha risposto da figlio di mafioso alle domande (invero non particolarmente incisive) riguardo vita, opere e soprattutto omissioni del padre.
E, cosa non secondaria, ha presentato il suo libro prossimo all’uscita e, dunque, trova in Vespa un naturale interlocutore. Che è persino costretto a far vedere prima domande e risposte per ottenere la liberatoria. Glorioso esempio di schiena dritta, momento epico per il giornalismo italiano.

Il figlio di Riina ha il merito di non tentare di presentarsi per quello che non é. Mafioso il padre, da mafioso si atteggia il figlio. Nessun infingimento se non quello di non presentarsi con lupara e coppola. Non presenta un finto quanto inutile pentimento per le malefatte del padre, che invece assolve.

E sebbene tenti di dipingere il boss dei corleonesi come un uomo a metà strada tra il padre modello e un candidato alla beatificazione, per quanto provi maldestramente a vendere una presunta innocenza riguardo le stragi e l’assassinio di Falcone e Borsellino, non tenta di proporre niente di nuovo rispetto alla dinamica processuale. Non era questo lo scopo dell’intervista, anche perché non é questo lo scopo del libro a cui l’intervista è funzionale.

Ma certo le sue parole rimbombano nelle teste dei familiari delle vittime di mafia e vedere seduto nel salotto dei plastici dell’ammiraglia Rai un personaggio che, sia pure da figlio, difende le malefatte del padre, non può certo annoverare la trasmissione di mercoledì sera come una pietra miliare del servizio pubblico. "Le colpe dei padri - diceva Gramsci - non debbono ricadere sui figli". Ma quando i figli le riconoscono come tali e non come meriti.

Le critiche per aver dato udienza ad una interpretazione negazionista ed assolutoria delle gesta criminali di Totò Riina sono arrivate da ogni dove. Quelle più aspre sono arrivate dalla Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ma questo era prevedibile, sia per il ruolo istituzionale che per la sensibilità politica dell’ex ministro della salute.

Quello che invece non torna è la presunta correttezza dell’operazione che rivendica Vespa. Perché è lo stesso Vespa che, all’epoca dei cosiddetti “anni di piombo”, rivendicava con altrettanta baldanza il rifiuto da parte dei media di pubblicare i comunicati dei gruppi armati clandestini, Brigate Rosse in testa, perché non si voleva fungere da “cassa di risonanza” ai proclami di chi combatteva contro lo Stato.

Si può ritenere quella posizione giusta o sbagliata e, a distanza di anni, è persino possibile insistere a dispetto della storia politica e giudiziaria intervenuta. Ma non si capisce la ragione di una diversità di trattamento, sebbene è noto come gli editori di riferimento di Vespa non siano stati un esempio di equidistanza tra i due fenomeni.

Non si tratta di porre distinguo tra mafia e terrorismo, che non avrebbero senso, viste le diverse origini, ragioni, scopi e modalità con le quali hanno attraversato la storia del nostro paese. D’altra parte, tentare di associare un fenomeno di rottura dell’establishment (almeno nelle intenzioni) ad uno che invece ne rappresenta da sempre il consolidamento, sarebbe esercizio sperticato quanto sciocco.

Resta invece il doppio standard "giornalistico" che però con il giornalismo ha poco a che fare. E' piuttosto quasi una involontaria ammissione di sentieri del cuore inconfessabili, di verità indicibili. Per questo il contorto sentiero della professione s’inerpica sulla curva prima della quale c’è il mestiere da embedded e subito dopo la passione civile a un tanto al chilo. Per il terrorismo si usa quindi l’elmetto, per la mafia insorge invece un sobbalzo, chiamato affettuosamente diritto di cronaca. 


http://www.altrenotizie.org/politica/6947-la-tv-con-lo-scacciapensieri.html 

mercoledì 6 aprile 2016

UN PEZZO UN CULO


UCRAINA, ciò che i fascisti ed i media mainstream ci nascondono:

Alla vigilia del referendum nei Paesi Bassi questo video è stato prodotto e pubblicato su YouTube a persuadere gli olandesi di votare contro l'associazione UE Accordo con l'Ucraina.
Come previsto, i neo fascisti  pro Ucraina anti-democratici hanno fatto di tutto per assicurarsi che voi non vedere questo video e reso il video come «inappropriati per alcuni spettatori» che si traduce nella necessità di log-in al tuo account YouTube prima, al fine di accedere al video, quindi tagliando fuori tutti gli spettatori senza un account YouTube o Google di vederlo.
Bene, benvenuto qui poi: Slavyangrad ti dà un accesso senza ostacoli a questa molto importante Video. Guardate voi stessi che cosa può offrire l' Ucraina odierna-, ciò che i media mainstream ci nascondono:

martedì 5 aprile 2016

L'ORO DI PANAMA,FANNO PIU' RUMORE GLI ASSENTI

La pubblicazione di oltre 11 milioni di file relativi alle ricchezze depositate “offshore” dai potenti di tutto il mondo - o quasi - ha trovato in questo avvio di settimana un’eco molto ampia nei media e sui social network. Se le rivelazioni, che il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung ha condiviso con svariate testate, hanno quanto meno il merito di mostrare i nomi di leader politici e imprenditori accostati a documenti che provano comportamenti moralmente riprovevoli, anche se non sempre illegali, per molti dei divulgatori la vicenda dei “Panama Papers” sembra avere una valenza tutta politica e serve a colpire i soliti presunti nemici dell’Occidente, a cominciare dal presidente russo, Vladimir Putin.

Emblematico, anche se tutt’altro che sorprendente, è in questo senso il caso del britannico Guardian. Già depositario di molte delle rivelazioni di Edward Snowden sull’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), il Guardian ha prodotto lunedì una serie di articoli, approfondimenti e accattivanti grafici per spiegare gli intrecci fatti emergere dai documenti provenienti dalla società di consulenza panamense Mossack Fonseca.

Il giornale britannico ha dedicato un intero pezzo a ricostruire gli intrighi di alcuni cittadini russi molto vicini a Putin, nonché di famigliari del numero uno del Cremlino, per insinuare in maniera esplicita che quest’ultimo beneficia di centinaia di milioni se non di miliardi di dollari parcheggiati in conti offshore.

I lettori dell’articolo firmato da Luke Harding si imbattono però da subito in una precisazione che, se pure non smonta totalmente le spiegazioni che seguono, lascia intendere in modo chiaro la tendenziosità delle conclusioni. Il nome di Putin, infatti, “non compare in un nemmeno uno dei documenti” analizzati.

Che l’onestà di Putin possa essere oggetto di discussione appare evidente; magari è solo più astuto o accorto di altri nel nascondere il proprio denaro in paradisi fiscali. Ma il punto è decisamente un altro: cioè che su congetture e ipotesi, i media europei e americani hanno costruito ancora una volta un impianto accusatorio nei confronti di un leader politico al centro delle mire dei fautori del cambio di regime in molte cancellerie occidentali.

D’altra parte, i precedenti del Guardian non promettono molto di buono circa la manipolazione di rivelazioni esplosive o presunte tali. Basti ricordare che nell’estate del 2013 i vertici del giornale londinese distrussero i supporti informatici contenenti i file consegnati da Snowden dietro pressioni dei servizi di sicurezza britannici. Ancora, il Guardian, malgrado avesse inizialmente pubblicato molti documenti segreti di WikiLeaks, conduce da anni una feroce campagna di discredito contro il suo fondatore, Julian Assange.

Il Guardian, in ogni caso, ricorda come Putin sia amico di Sergei Rodulgin, titolare di quote variabili di diverse compagnie, tra cui la Banca Rossiya, considerata l’istituto degli amici del presidente russo e colpita da sanzioni americane dopo lo scoppio della crisi ucraina. Sempre secondo il governo americano, il numero uno di questa banca, Yuri Kovalchuk, sarebbe il banchiere personale di molti membri del governo di Mosca, tra cui ovviamente Putin.

I Panama Papers rivelano come Kovalchuk e la sua banca abbiano favorito il trasferimento di almeno un miliardo di dollari verso una “entità offshore appositamente creata”, di nome Sandalwood Continental. I fondi proverrebbero da “una serie di prestiti senza garanzie” erogati dalla Banca Commerciale Russa (RCB), di proprietà statale, con sede a Cipro e da altri istituti finanziari pubblici.

L’articolo del Guardian elenca una serie di ulteriori prestiti e descrive l’utilizzo dei fondi da parte di compagnie offshore a favore di cittadini russi legati in qualche modo a Putin, per poi riproporre le speculazioni relative alla sua ricchezza, anche se il presidente russo formalmente non possiederebbe nulla o quasi.

Se il nome di Putin e la sua immagine sono apparsi in numerosi resoconti dei Panama Papers proposti dai media occidentali, ad esempio in Gran Bretagna pochi hanno parlato in maniera anche solo marginale di un altro leader tirato in ballo con modalità simili, vale a dire il primo ministro David Cameron. Sempre il Guardian, anzi, ha ricordato senza imbarazzo come il premier Conservatore in un discorso a Singapore lo scorso anno avesse denunciato il trasferimento di denaro in paradisi fiscali e manifestato la volontà del suo governo di prendere iniziative per contrastare la creazione di compagnie fasulle offshore.

Nei documenti appena pubblicati viene nominato il padre di Cameron, Ian, deceduto nel 2010, il quale una decina di anni fa si rivolse a Mossack Fonseca per evitare al suo fondo di investimenti, Blairmore Holdings, il pagamento delle imposte in Gran Bretagna. Tra i clienti di rilievo in Gran Brategna della società panamense che fornisce assistenza per la creazione di entità offshore figurano inoltre altri leader o finanziatori dei “Tories”, tra cui l’ex parlamentare Lord Ashcroft e l’ex ministro Michael Mates.

Qualche sospetto sulla diffusione delle informazioni sui paradisi fiscali è suscitato poi dalla dichiarazione, fatta ad esempio dal Guardian, che numerosi documenti messi a disposizione dei media continueranno a rimanere segreti. Le perplessità legate a questa decisione vanno collegate al fatto insolito, rilevato da molti sui social network, che negli 11,5 milioni di documenti sembra non esserci menzione di compagnie o politici americani.

La questione dei paradisi fiscali e delle compagnie offshore rappresenta comunque una problematica non nuova né sorprendente. Soprattutto però, qualsiasi rivelazione che serva a smascherare le modalità di queste pratiche, sempre che risulti completa e imparziale, non può essere separata da un’analisi delle responsabilità dei singoli governi e dei politici che, pur dichiarando guerra alle compagnie con domiciliazione fiscale sospetta, sono quanto meno passivi nel combatterle, visto che i beneficiari fanno parte fondamentalmente delle classi a cui essi fanno riferimento o, addirittura, sono di frequente essi stessi.

I Panama Papers, ad ogni modo, oltre a uomini della cerchia di Putin e al padre di Cameron, citano 12 capi di stato o primi ministri, sia ex che attualmente in carica, con interessi offshore. Tra quelli in carica spiccano i presidenti di Argentina, Mauricio Macri, e Ucraina, Petro Poroshenko, il primo ministro islandese, Sigmundur Gunnlaugsson, e il sovrano dell’Arabia Saudita, Salman. L’Italia è presente con Luca Cordero di Montezemolo, a dimostrazione che l’inutilità rende sempre.

A seguito delle rivelazioni, alcuni paesi hanno già annunciato l’avvio di indagini fiscali, più che altro per contenere eventuali malumori di chi le tasse le paga per intero. Le autorità di Australia e Nuova Zelanda si sono ad esempio mosse in questo senso lunedì dopo che i nomi di centinaia di loro cittadini sono emersi dai documenti. In Europa, invece, uno dei primi a promettere procedimenti giudiziari contro eventuali evasori è stato uno dei leader politici più impopolari tra quelli in carica nel continente: il presidente francese, François Hollande. Possono dormire tranquilli.

 di Mario Lombardo

http://www.altrenotizie.org/esteri/6940-loro-di-panama.html#top-toolbar-article 

domenica 3 aprile 2016

implicazioni italiane nel caso Litvinenko


Non è più quel capitano Barril che fu al centro di tutte le operazioni segrete condotte dalla Francia in una certa epoca. Perché ha parlato un giorno, l'ira del cielo gli è caduta sulla sua testa a più riprese, a volte con l'aiuto e la complicità dei media.
***
Un ex funzionario francese che ha ricoperto posizioni importanti nella sicurezza interna e contro il terrorismo ha fatto una dichiarazione spettacolare annunciando che ha documenti che provano che Aleksandr Litvinenko, la spia russa morta per avvelenamento da polonio è stato ucciso dai servizi speciali americani e britannici
In una lunga intervista, che sarà pubblicata a breve, si va inoltre affermando che l'uccisione di Litvinenko è stato un progetto dei servizi speciali progettato per diffamare la Russia e Vladimir Putin, progetto in cui è stato coinvolto il famoso oligarca russo Boris Berezovsky egli stesso ucciso dal MI6 quando è diventato problematico. Si dice anche che conosce il nome dell'operazione in codice "Beluga
L’ Operazione Beluga: un complotto anglo americano per screditare Putin e destabilizzare la Russia
Il famoso esperto di sicurezza francese Paul Barril ha appena lanciato una bomba: l'esistenza dell’Operazione Beluga, un’operazione segreta del sistema di intelligence occidentale volto a minare la Russia e la sua dirigenza
È questa la causa di gran parte della retorica delle minacce ormai diventate reciproche tra gli Stati Uniti e la Russia?
Barril ha rivelato l’Operazione Beluga in una recente intervista con l'imprenditore svizzero Pascal Najadi sulla morte di Aleksandr Litvinenko nel 2006. Litvinenko era conosciuto come un ex spia molti dei quali (in Occidente NDT) credono sia stato assassinato con il polonio radioattivo su ordine di Vladimir Putin
Najadi ha affermato che nell'intervista si parla della rivelazione che Litvinenko sia stato effettivamente ucciso da "un italiano che avrebbe somministrato il polonio 210 mortale". Ancora più sorprendente l’affermazione che l'operazione sia stata condotta sotto gli auspici degli Stati Uniti e del Regno Unito.
Nei miei libri, The Phony Litvinenko Murder e Litvinenko Murder Case Solved, ho scritto di una connection italiana. Ma non posso confermare che Barril parlasse della stessa persona.
Le accuse di Barrel devono essere prese sul serio. Si tratta di una figura di fama dell’intelligence francese, conosciuto in Francia come il "Superflic". Agli occhi del pubblico francese è una sorta di combinazione fra Eliot Ness, James Bond e William Bratton. Per molti anni è stato il comandante del GIGN, la leggendaria unità delle forze speciali d’éliite, posta a capo di rango delle forze speciali "toste" nel mondo, e ha ricoperto altri incarichi alto rango in materia di sicurezza interna in Francia.
Da quando ha lasciato il servizio governativo si è occupato dei problemi della sicurezza, come imprenditore privato per i capi di stato del Medio Oriente, America Latina ed Africa. È stato al centro di numerose controversie nel corso degli anni ed è un noto autore. Non vi è dubbio che egli ha accesso alle informazioni a livello statale che gli hanno dato una certa prospettiva di questo caso.
Nell'intervista Barril afferma che Berezovskij ha lavorato a stretto contatto con l’MI6 e la CIA per screditare la Russia e Putin e che importanti parti di queste organizzazioni sono passate dalle mani di Berezovskij destinate a partecipare a queste azioni. Barril ha affermato che Litvinenko è stato uno dei portatori delle valigie di fondi che Berezovskij a inviato ai destinatari.
«La Russia non ha nulla a che fare con l'omicidio (di Litvinenko). Il caso è stato confezionato sin dall'inizio. Il polonio è stato scelto come veleno perché la sua produzione avviene in Russia e così avrebbe coinvolto la Russia. L'obiettivo di tutta l'operazione era quello di screditare Putin e l’FSB. Ciò è stato fatto perché la Russia ha bloccato gli interessi degli Stati Uniti in tutto il mondo, in particolare in Siria. E' stato un tentativo di indebolire il potere di Putin e destabilizzare la Russia»
Nell'intervista Barril cita quello che apertamente appare come il nemico di Putin, il finanziere William Browder, come persona a stretto contatto con Berezovskij negli sforzi di screditare Putin. Egli sostiene anche che egli è sicuro che Berezovskij sia stato assassinato dai suoi compagni del Servizio Segreto dopo che si erano resi conto che iniziava a comportarsi in modo irregolare e dovevano ridurlo al silenzio prima che vacillasse troppo.
Infine afferma che si metterà a disposizione di un'inchiesta pubblica sul caso, se condotta da una persona credibile. Egli suggerisce Carla del Ponte come una buona opzione perché è convinto che non sia sotto il controllo della CIA
Le accuse di Barrel non mancheranno di sollevare nuove domande sull'assassinio di Litvinenko avvenuto nel 2006, che nuovamente nel gennaio 2016 ha ancora una volta avuto i titoli dei giornali quando un inchiesta pubblica nel Regno Unito non è riuscita a determinare un verdetto conclusivo
Il caso risale a 10 anni, ma suscita sempre un ampio interesse pubblico a causa degli ingredienti della misteriosa morte sullo sfondo dello spionaggio: spie “barba finta”, controspionaggio, un avvelenamento radioattivo, le accuse (che si sono definitivamente sfatate) che Putin avrebbe "probabilmente" ordinato l'assassinio, squallide discoteche, un oligarca caduto in disgrazia che finisce misteriosamente morto nella sua stanza da bagno, vedove piangenti hanno messo in mostra l’assurdo "show" di un processo politicizzato, grandi posture di politici ed altro ancora.
Un autore navigato nel campo degli omicidi misteriosi sarebbe fatica a scrivere qualcosa di tanto surreale

Ricky Twisdale | 29 mars 2016